
Una storiella per cominciare la settimana.
Tu hai la tua canna da pesca, vecchio, io ho la mia macchina fotografica. Ma non venirmi tra i piedi. Ce l'eravamo presa tutti e due, la casa nel posto più esclusivo del mondo. Così non era più esclusiva, ora.
Lui aveva qualche miliardo più di me, credo. Non mi stava simpatico. Io per le simpatie ho un istinto infallibile. In quell'isoletta del Pacifico di occidentali c'eravamo solo noi due. Con due ville enormi. Una di fronte all'altra, sulle due sponde di un fiumiciattolo di merda, un rigagnolo, che sfociava nell'Oceano, nientedimeno.
Quando feci la scoperta (facile, c'era un mausoleo fuori da casa mia) pensai prima di strangolare l'agente immobiliare, poi invece di fargli molto male. Ma sarebbe servito a poco: in effetti era un dettaglio su cui non avevo indagato.
Il ciccione, col suo maledetto cappello di paglia e gli occhialini da sole tondi da frocio, e la camicia hawaiiana e le infradito di vimini, si sedeva in riva al torrentello e pescava. Era quindi rivolto verso casa mia. Enorme, d'accordo, ma non così enorme da poterlo seminare. Se poi io mi ero scelto uno stile coloniale, sobrio, in linea con la mia indiscutibile classe, quel pacchianone aveva tirato su un mostro degno dell'Imperatore Augusto. Poi, con l'aria del miserello, se ne veniva a pescare davanti casa mia.
Io avevo prodotto ferri da stiro per trent'anni. Solidi, affidabili, ferri da stiro. Quante mogli si erano conquistate la fiducia dei mariti garantendogli colli di camicia perfettamente stirati grazie ai miei ferri! Quante famiglie avevano visto nei miei ferri una promessa di modernità e di efficienza. Quei pochi casi difettosi - e le conseguenti ustioni - voglio considerarli solo capricci del fato.
Il ciccione invece veniva dall'industria discografica. Produceva canzoni. Potete immaginare qualcosa di più inutile? Quei gruppi di ragazzetti col ciuffo tinto andavano da lui e a chissà che prezzo firmavano un contratto per ammorbare tutta la nazione con le loro vocette da castrati. Ebbene, uno così si poteva permettere di essere il mio vicino di casa.
Era anche affabile, il maledetto. Mi salutava gioviale, ogni mattina, mentre io scattavo foto della marina - l'unico modo di astrarmi da quella assurda competizione.
Dopo qualche mese di questo supplizio pensai di estendere un po' il mio hobby fotografico. Senza dubbio mi avrebbe portato lontano, in giro per l'isola. Di più: avrebbe fatto sentire il ciccione uno sfigato stellare. Lui, fermo con la sua canna da pesca in riva ad un ruscelletto melmoso, mentre io godevo del dono divino della bellezza.
Contattai una guida, piuttosto economica viste le dimensioni lillipuziane dell'isola, e cominciai i miei giretti. L'idea non era stata malvagia. Per un po' potei distrarmi: il tale mi scorrazzava a bordo di una jeep incrostata di fango ed io restavo a bocca aperta davanti a certe scimmie piccole e vivacissime, piante di colori incredibili, scenari che avevo visto solo sugli sfondi di Windows. Scattavo centinaia di foto. Decine le riservai ad una solo soggetto: una lucertolina nera coperta di stupende chiazze di arancione vivissimo. Un miracolo della natura, vi dico. Piccolina eppure così visibile. E anche se tornando a casa non potevo non vedere il mausoleo, lui almeno non c'era più. Non pescava di notte, la mammoletta. Avrà avuto paura che qualche orango se lo mangiasse. Io scaricavo le mie bellissime foto sul portatile. Le cominciai ad inviare a concorsi e siti di amatori, con buoni risultati.
La mattina partivo prestissimo, prima che il ciccione si alzasse, e tornavo tardi. In breve divenimmo separati in casa, in un certo senso. Vicini che si respingevano come magneti. Il lurido aveva fiutato il mio disprezzo e - le poche volte che ci incrociavamo - non mi salutava più. Faceva finta di niente.
Per me andava bene.
Le cose andarono avanti così per un po', finché non mi stancai dell'isola. Mi ero sottovalutato. Avevo ancora troppe energie per tapparmi in un buen retiro, e tornai a casa. Vendetti il villone a un tale che credo commerciasse in tagliaerba. Un colosso dei tagliaerba, in ogni caso. O qualunque cosa fosse.
Io, come dicevo, tornai a casa. La cosa più strana è che non mi rimisi in affari, ma presi a lavorare come fotografo. Vi avevo detto che ero diventato bravino, ma nei mesi quella piccola capacità era diventata una specie di arte. La Rete aveva fatto il resto e riuscivo a trovare lavoretti divertenti con cui integrare i miei risparmi più che brillanti.
Tuttavia, essendo un tipo oltremodo disciplinato, finii per lavorare per una rivista. Saltuariamente, certo, vista la mia età non più verdissima, però lavoravo per loro, voglio dire. Una bella soddisfazione.
Amavano le mie foto e mi mandavano in giro. Tornei di golf, concorsi di sculture di sabbia, vecchi castelli. Roba da vecchi, insomma. Non troppo stressante, non troppo sfrenata, ma comunque interessante. La leggevano, quella roba. I loro lettori, dico. Leggevano gli articoli e intanto si facevano un'idea guardando le mie foto.
Un giorno il direttore mi chiamò per il solito brief. Si trattava di un funerale. Un po' insolito per me, che generalmente ero addetto a costume e facezie, ma perché no, dissi. Va bene. Winston Blink si chiamava, il pover'uomo. Va bene.
Presi la macchina fotografica e mi misi in viaggio. Raggiunsi la camera ardente poco dopo i parenti e gli amici. La folla era notevole e variopinta, non quella che vi aspettereste ad un funerale, di certo. Molti giovani, molti eccentrici. Facevo fatica a nuotare tra i corpi in direzione del morto, con la mia macchina al collo. Spintonai ben benino, per quanto me lo concedevano le forze, finché non mi tolsi da davanti gli ultimi due ostacoli, e lo vidi.
Il ciccione giaceva lì, in quella bara, congelato in un'espressione di eterna indifferenza. La mia nemesi, il mio odiato dirimpettaio, era diventato un freddo pezzo di carne in una bara. Scattai le mie foto, per senso del dovere. Poi me ne andai subito.
Lessi l'articolo il lunedì successivo, quando uscì la rivista. Neanche guardai le mie foto. Diceva le solite cose, magnate dell'industria discografica, uomo raffinato, blah, blah. Poi infine lo trovai: era morto sull'isola, punto, a quanto pare, da una salamandra. Piccola, nera, apparentemente inoffensiva, coperta di chiazze di un arancione vivace. Io per le simpatie ho sempre avuto un istinto infallibile.